La mostra “Torna Umberto Postal: solo show” segna il ritorno in Italia di Umberto Postal Lubich dopo tredici anni di assenza, trascorsi tra Nicaragua, Costa Rica e Panama. Questo evento, il primo nel paese natale dal suo trasferimento in America Centrale nel 1995, non solo celebra il rientro dell’artista ma ne sancisce anche una trasformazione identitaria, simboleggiata dall’adozione del doppio cognome Postal Lubich, omaggio alla sua esperienza transculturale.
In esposizione, opere realizzate dal 2006 a oggi, che rivelano un dialogo tra continuità e innovazione. Da un lato, la fotografia, medium storicamente esplorato dall’artista; dall’altro, il collage, tecnica con cui Postal Lubich si confronta per la prima volta, aprendo nuove prospettive sulla sua ricerca. Al centro del percorso espositivo campeggia un’installazione monumentale: un cubo di due metri per lato, rivestito da oltre cento collages. Quest’opera incarna l’evoluzione del suo sguardo critico verso l’iconografia mass-mediatica.
Mentre in passato Postal Lubich rielaborava simboli mediatici mantenendo una coerenza figurativa, qui li decostruisce con un approccio neo-concettuale, mescolando frammenti in composizioni illogiche, dove proporzioni e nessi si dissolvono in rimandi dadaisti. Le immagini, private di sfondo e contesto, galleggiano nello spazio bianco del foglio, accentuando la riflessione sull’intreccio tra realtà globale e virtuale.
La disposizione apparentemente casuale dei collages sul cubo evoca il bombardamento visivo della società contemporanea, mentre gli spilli che li fissano ne sottolineano la precarietà, metafora della fugacità delle immagini nell’era digitale. La geometria perfetta del cubo, destabilizzata dalla sovrabbondanza caotica delle opere, diventa allegoria di un mondo mediatico saturo e transitorio.
Questa mostra non solo riafferma Postal Lubich come osservatore acuto dei fermenti sociali e artistici del nostro tempo, ma segna anche una svolta nel suo percorso: un ritorno fisico e concettuale che trasforma l’eredità centroamericana in un linguaggio universale, sospeso tra memoria e innovazione.
